Tra ricerca estetica e impegno etico: intervista a Monica Casalini, fondatrice del brand di gioielli artigianali “Stella Nera”

Nella foto: Monica Casalini

Intervista a cura di Sarah Bernini

(www.sarahdeglispiriti.com)

D: Ciao Monica, come prima cosa grazie per aver accettato di essere intervistata, so che sei sempre molto impegnata. Partiamo con una classica domanda per farti conoscere un po’ di più dai lettori di La grotta di Calipso: quanti anni hai, dove vivi e dove lavori attualmente?

R: Ciao Sarah e grazie per questa opportunità. Tra pochi giorni – l’8 aprile – compio 42 anni. Sono di origini umbre, ma da circa 13 anni vivo appena fuori Saronno, la città del famoso amaretto, con mio marito, mio figlio di 5 anni e la nostra gatta Candy. Lavoro principalmente da casa, come freelance grafica, ma di notte mi trasformo e divento una jewel designer! Scherzi a parte la sera è il momento migliore per creare i miei gioielli perché mi rilassa e fa fluire la mia creatività in maniera più limpida, senza le interruzioni di web e telefono.

Il logo del brand “Stella Nera”

D: La tua vita ti vede attiva su tanti fronti, sia come autrice che come creativa, sia in ambito web (grafica pubblicitaria e comunicazione) sia per quanto riguarda la progettazione e realizzazione di gioielli artigianali. In questa intervista ci focalizzeremo su questo ultimo aspetto, poiché c’è già tantissimo da dire (ma per gli appassionati dei tuoi libri realizzeremo una seconda intervista più avanti in cui parleremo delle tue pubblicazioni e delle tue attività on-line). Cominciamo quindi col parlare di come tu ti sia avvicinata al mondo dei bijoux realizzati a mano. C’è stato qualche motivo scatenante che ti ha fatto scegliere questa strada rispetto ad un’altra? Magari qualche avvenimento legato alla famiglia o a qualche tuo lavoro precedente? E sei autodidatta o hai seguito un percorso di formazione specifico?

R: Tutto ciò che riguarda le mie attività odierne ha origine da qualche parte nella mia infanzia. A 12 anni ho realizzato un paio di orecchini con due conchiglie che avevo fatto forare da mio padre. Ma credo che il motivo scatenante sia stato il semplice fatto che il mercato dei bijoux sia di una noia mortale. Non trovavo quello che amo definire il “monile” per eccellenza, cioè quel gioiello semiprezioso che in qualche modo ci rappresenta per quello che siamo spiritualmente. Ero stanca di orecchini e collane tutte uguali: volevo un accessorio unico, che fosse solo mio e che mi rappresentasse in quanto geneticamente e spiritualmente unica. Così ho iniziato a crearli per conto mio.

A sinistra: orecchini “Ribelli” tratti dalla collezione “Vertigo”. A destra: “Artemide”, collana tratta dalla collezione “Esoterica”. 

D: Come e quando nasce, effettivamente, il tuo brand, “Stella Nera”? A cosa ti sei ispirata per trovare questo nome e il logo, che tra l’altro ci ricorda l’importanza per te della stella a cinque punte (si veda anche il tuo libro “Il Pentagramma”, edito da Anguana Edizioni)?

R: Anche se creo gioielli da tanti anni, Stella Nera nasce formalmente nel 2013. Il nome mi è stato chiaro sin dall’inizio, senza quasi doverci pensare. La Stella, come ben dici, è un simbolo che mi accompagna da sempre e ho scelto di accostarla al colore nero per indicare l’eterno equilibrio tra luce e ombra, tra Yin e Yang… e l’idea di Sole Nero, l’esoterico sole della sapienza occulta e della rinascita. Inoltre sono un’appassionata di astronomia e il concetto di stella nera (alternativo al buco nero) è uno dei capisaldi degli studi di Stephen Hawking. Quando nel 2015 è uscito Black Star di David Bowie la mia sorpresa è stata enorme, perché il grande maestro ci ha lasciati con un testo e un video che contengono un simbolismo fuori misura. Molto di quella canzone ha a che fare con il mio brand, seppur casualmente. (Ma io non credo affatto nel caso).

D: Vi sono creatori di gioielli, designer, artisti o movimenti artistici in generale – del passato o della contemporaneità – a cui ti sei ispirata e che ti ispirano tuttora nelle tue scelte stilistiche e nella selezione dei materiali che utilizzi? Se sì, ce ne vorresti parlare?

R: Se si è buoni osservatori l’ispirazione arriva da ogni parte. A volte è un rigagnolo di acqua nel bel mezzo della macchia montana, a volte è un vecchio 45 giri, a volte è un viaggio, altre volte è una targhetta metallica del 1920. Il richiamo a concretizzare un’idea o uno stato d’animo in un monile è qualcosa che sento dentro come un fuoco perennemente acceso. Ma naturalmente ci sono anche artisti che in qualche modo ispirano il mio percorso: Coco Chanel e la sua visione tra arte monastica e libertà femminile ha certamente influenzato le mie ricerche. Ma se parliamo di creatrici di gioielli moderne allora una di certo è Cristina Beller, visionaria e fiabesca artista americana.

A sinistra: orecchini Lagri Sangri realizzati per la collezione “Vertigo”. A destra: collana “Casa nostra” tratta dalla collezione “Italiana”. 

D: So che viaggi molto e che per motivi personali passi una parte dell’anno a Singapore. Questo ti ha permesso di conoscere un’altra cultura e un altro modo di vivere. Quanto ti ha influenzata e ti influenza nella creazione dei tuoi gioielli? So anche che torni spesso dai tuoi viaggi con qualcosa di nuovo da inserire nei tuoi bijoux…

R: Verissimo! Singapore è la sintesi della moderna Asia combinata ai tradizionali costumi orientali: un melting pot di culture e di etnie in perfetto equilibrio tra loro… impossibile non rimanerne colpiti. La sua influenza è dunque tangibile in alcuni dei mie gioielli che prendono vita grazie alle giade, alle maschere rituali, alle monete e alle icone buddhiste e induiste.

D: A parte Singapore, come e dove reperisci, solitamente, il materiale che utilizzi (per quel che si può dire, ovviamente!) Ti concentri soprattutto su prodotti italiani oppure su elementi che provengono anche da altre zone del mondo?

R: Più o meno tutto quello che hai citato! Alcuni pezzi provengono dai mercatini vintage e di antiquariato (e lì bisogna avere molto occhio), altri provengono dai viaggi e altri ancora li reperisco da fornitori di zona o internazionali. Le pietre e i cristalli le prendo da un fornitore che fa arrivare minerali pazzeschi da tutto il mondo. Per quanto riguarda i materiali naturali come conchiglie, ossa, insetti, ecc… preferisco raccoglierli personalmente post mortem per garantire la provenienza cruelty free, un concetto che mi sta molto a cuore. Infine ci sono alcune maestranze a cui mi affido quando voglio qualcosa di personalizzato come oggetti in ceramica, vetro, paste polimeriche e via dicendo. L’importante è che sia tutto esclusivamente unico e fuori dall’ordinario.

A sinistra: “Folle”, collana tratta dalla collezione “Esoterica”. A destra: “Gentile”, collana tratta dalla collezione “Vertigo”.

D: Quali tecniche e quali materiali (naturali, sintetici ecc.) preferisci utilizzare per  dare vita alle tue creazioni? E quanti, quali passaggi e quanto tempo occorre, in media, per progettare e realizzare totalmente un tuo gioiello? Credo sia importante parlarne per dare il giusto valore al tuo lavoro, visto che stiamo parlando di pezzi unici (oltre a tenere conto della fantasia alla base del progetto che ovviamente non ha prezzo).

R: Dici bene. A volte anche il bijou all’apparenza molto semplice può nascondere settimane di lavoro. L’impegno dietro a un singolo gioiello parte innanzi tutto dal gusto che ho sviluppato nel corso degli anni grazie allo studio della moda e del design e, naturalmente, all’esperienza: un bagaglio il cui valore non ha prezzo. Poi c’è la ricerca dei materiali di qualità che può essere dietro casa o a chilometri di distanza; e quando un materiale si rivela poco adatto bisogna ricominciare daccapo. Alcune volte i gioielli devo prima disegnarli, altre volte preferisco fare prove su prove finché non sono soddisfatta, perciò per un paio di orecchini ci possono volere anche due, tre o quattro ore di solo montaggio, senza tenere conto del tempo impiegato per reperire fisicamente i pezzi e di tante altre variabili. Il valore è dunque la somma di tanti elementi come la qualità, l’origine, la mano d’opera e… l’idea innovativa.

A sinistra: “Rosario Couture” (cristallo) tratto dalla collezione “Sacro e Profano”. A destra: “Clavitae”, collana della collezione “Vertigo”.

D: Solitamente, come trovi l’ispirazione per le tue creazioni? Vi sono dei momenti della giornata o dei temi particolari, oppure emozioni o situazioni specifiche che ti aiutano a sviluppare le tue idee? E dove realizzi i tuoi gioielli? Hai un laboratorio attrezzato oppure riesci a lavorare a casa senza problemi?

R: In realtà il più delle volte l’ispirazione arriva inaspettatamente. Ci sono alcuni momenti, quando mi viene un’idea, in cui vorrei mollare tutto, correre a casa e mettermi subito al lavoro! Non ho bisogno di un laboratorio vero e proprio, mi sono ricavata un angolo in casa con un ampio tavolo da lavoro e un mobile in cui tengo tutti i miei strumenti. Ho anche un piccolo studio fotografico portatile per fotografare le mie creazioni. Credo che l’intimità di casa sia molto più producente, almeno nel mio caso.

D: Te la sentiresti di parlarci delle diverse collezioni che hai sviluppato in questi anni e per chi le hai pensate, cioè per quale tipo di pubblico? So che ad esempio, oltre ai gioielli per donne, hai anche pensato agli uomini, ad una serie di creazioni tutte dedicate a loro.

R: Sono tante! Cercherò di essere breve. Dunque, una delle mie preferite è sicuramente Mar Abisso, una collezione interamente dedicata al mare e alle sue creature; poi c’è Miss Macabre, in stile decadent chic. Esoterica è un misto di simbologia popolare e antichi culti; Classica è invece un tributo all’intramontabile e all’eterno, mentre in netta contrapposizione c’è Mascalzona piena di icone moderne e immagini pop-art. Poi c’è Flora con elementi bucolici, floreali e stagionali, e Testa Matta, una fantasiosa raccolta di cerchietti e coroncine per le occasioni speciali. Mater Gea è un trionfo di pietre semipreziose, fossili e meteoriti, mentre Naturae Mortis è l’essenza più leggera della taxidermia. Infine Rabici, una collezione unisex realizzata per un brand di ciclismo urbano e – come hai anticipato tu – Stella Uomo, una collezione interamente dedicata al maschile in occasione dell’iniziativa Movember per la lotta contro il cancro alla prostata. Piccolo spoiler: in arrivo ci sono tre nuove collezioni decisamente sopra le righe: Sacro e Profano (il nome dice già tutto), Vertigo: una collezione dove l’asimmetria e la vertigine regnano sovrane; infine Galactica ma su questa – che è ancora in fase di progettazione – ho la bocca cucita.

A sinistra: “Aeternum”, collana tratta dalla collezione “Vertigo”.  A destra: “Zingara”, collana della collezione “Classica” .

D: La situazione planetaria attuale richiede un grande impegno su tanti fronti quando si parla di creare qualcosa di nuovo e innovativo e non solo dal punto di vista progettuale, ma anche dal punto di vista dell’impatto ambientale. So che in questo senso “Stella Nera” si è impegnata a diventare, entro il 2020, totalmente a impatto zero. Potresti spiegare, per favore, cosa stai facendo per raggiungere questo importante obiettivo? Da persona che tiene all’ambiente e agli animali e sapendo che questa nuova coscienza si sta ampliando a sempre più fasce di persone, penso che questo aspetto sia da tenere in grande considerazione per la scelta dei propri accessori: l’unione di bellezza ed etica.

R: L’impegno ambientale ed etico è sempre stato un tema molto caro per me e avendo la possibilità preferisco stare dalla parte della soluzione. Il Progetto Impatto Zero 2020 è una specie di auto-regolamentazione che mi sono prefissata per diventare 100% green e 0% waste entro il 2020. Non è affatto facile, ma tentar non nuoce, anzi! L’intento è quello di reperire materiali primari (gli elementi e gli strumenti) e secondari (buste, scatole, imballaggi, ecc.) da fonti ecologiche, di riciclo e possibilmente cruelty free. La strada è molto lunga perché – ad esempio – gli imballaggi a base di plastica vegetale non esistono, ma per fortuna il riciclo e il riuso sono ancora una soluzione utile per non investire denaro e salute nel mercato dell’inquinamento.

A sinistra: “Sangue Blu”, orecchini della collezione “Esoterica”. A destra: “Elementis”, collana ispirata ai doni di Madre Terra e tratta dalla collezione “Flora”.

D: Sempre in questo senso, il tuo brand partecipa anche a diverse iniziative che hanno come scopo quello di ottenere un impatto positivo in senso sociale. Ce ne potresti parlare, se possibile, per capire come eventualmente poter aderire anche solo come cittadini o come professionisti?

R: Sono fermamente convinta che dare una mano con ogni mezzo sia semplicemente la cosa giusta. Se mi avanza una coperta non la butto via, la porto ai senzatetto; così se ho un’attività produttiva è mio dovere aiutare la comunità per favorire il cosiddetto “circolo virtuoso”. Aderire alle iniziative cittadine o a quelle mondiali è dunque un piacere, prima che un dovere e negli anni ho cercato di aiutare come potevo: dalla donazione di piccole somme ricavate dalle vendite, alla divulgazione positiva di buone abitudini. C’è un’iniziativa che mi sta molto a cuore e che sto promuovendo da un paio di anni: si tratta della Fondazione Cetacea Onlus, una piccola organizzazione che si occupa del recupero, della cura e della rimessa in mare di tartarughe, delfini e altre creature marine trovate in difficoltà o ferite. Credo che il mare sia la più grande fonte di vita da salvaguardare e ogni anno organizzo una piccola pesca di beneficenza in occasione della fiera di Seveso in Fiore (l’8 e il 9 aprile prossimo) il cui ricavato va alla Fondazione. In sintesi per aiutare il prossimo basta davvero poco e seguendo la mia pagina Facebook sarete anche aggiornati sulle iniziative a cui di volta in volta aderisco e come prenderne parte.

D: So che negli anni hai partecipato ad eventi di rilievo e che i tuoi gioielli sono stati scelti anche da importanti brand di moda per farli indossare alle proprie modelle. Ti andrebbe di raccontarci qualcosa a riguardo e di come tu sia riuscita a farti conoscere tanto in eventi, negozi e ambiti così particolari? Immagino che non sia facile e credo che qualche suggerimento per chi volesse provare a mettersi in gioco in questo senso potrebbe essere molto utile.

R: Pur essendo io una pubblicitaria, a volte il buon vecchio passaparola fa la sua parte. Ho avuto la fortuna di esporre i miei lavori in occasione di sfilate di moda (Motivi in primis) e serate-evento grazie al supporto dei tanti amici che credono in me e nel mio lavoro. Poi da cosa nasce cosa e grazie a quegli eventi sono stata contattata da altri interessati e così via. Fare pubblicità nel piccolo così come nel grande ha i suoi vantaggi: all’inizio ho chiesto ad alcuni amici di esporre i miei gioielli nel loro negozio. Fatelo anche voi: vi assicuro che solo questo mette in moto tante di quelle sinergie che ne rimarrete sorpresi!

La collana con cui Monica è arrivata tra i finalisti del concorso “Ridefinire il gioiello” 2017. 

D: “Stella Nera” ha ricevuto tanti consensi in questi anni e diversi pezzi delle tue collezioni sono state immortalate da fotografi professionisti e divulgati da diverse realtà del web. In questo senso, la notizia più recente legata ai tuoi successi come creatrice di gioielli è stata la tua qualificazione tra i finalisti della sesta edizione del concorso “Ridefinire il gioiello”[1], quindi dell’edizione di quest’anno. Per chi non conoscesse questo evento, è importante spiegare che il concorso – che propone un tema diverso ogni anno – è un progetto nato a Milano nel 2010 grazie a Sonia Patrizia Catena e mira a diffondere e valorizzare una nuova estetica del gioiello contemporaneo. Si tratta quindi di puntare all’innovazione e alla sperimentazione. Una giuria seleziona i finalisti e provvede a farli esporre in gallerie e spazi adatti, oltre a creare un catalogo delle creazioni scelte.  Ci vorresti parlare di questa esperienza, di cosa abbia richiesto partecipare al concorso e di come questo evento stia dando un’ulteriore spinta al tuo lavoro? Ritieni che partecipare a contest di questo tipo possa effettivamente ampliare il raggio d’azione dei creativi?

R: Devo dire che è stata (e tuttora si sta rivelando) un’esperienza eccitante e costruttiva. Ho saputo del concorso grazie a una cara amica e dopo appena una settimana è uscito il bando. Quest’anno il tema verteva sul racconto, il libro, la fiaba e la poesia… per me è stato subito chiaro cosa avrei portato: sin da ragazzina sono legatissima alla fiaba di Christian Andersen, La Sirenetta, la cui originale versione è caratterizzata da ambientazioni eteree, momenti di forti emozioni e da un triste finale la cui ineluttabilità corona il più alto sentimento d’amore. Il gioiello con cui ho partecipato sintetizza tutto questo ed è interamente bianco come la spuma del mare in cui si trasforma la Sirenetta. Abbiamo partecipato a decine da tutta Italia perciò l’essere arrivata tra i 41 finalisti al primo tentativo è stato un enorme traguardo già di per sé. La partecipazione al concorso è stata subito fonte di incontro con altre partecipanti e durante la serata dell’inaugurazione della prima mostra presso lo Spazio Seicentro di Milano sono piovuti complimenti e contatti interessanti e il mio gioiello è ora nel catalogo ufficiale della mostra. A giugno ci sarà una seconda mostra al Museo del Bijou di Casalmaggiore e non oso immaginare quanta altra visibilità fornirà tale evento. Quindi, sì, la partecipazione ai concorsi può davvero portare a strade inimmaginate.

A sinistra: “Ape Regina”, gioiello della collezione “Naturae Mortis” (ricordiamo che gli elementi di origine animale sono raccolti in natura – post mortem – da Monica stessa). A destra: “Savana”, anello della collezione “Vertigo”. 

D: Oltre all’acquisto attraverso la tua pagina Facebook, i tuoi gioielli si trovano anche in alcuni showroom e da quanto so usi anche una app specifica. Ci vorresti spiegare meglio come poter ordinare i tuoi pezzi?

R: Gli showroom sono i negozi di cui parlavo più sopra, al momento parte della collezione Testa Matta si trova presso il Glitter Hair Saloon di Gerenzano, ma sono già in contatto con altri due negozi di tatuaggi per esporre altre collezioni. Per quanto riguarda la app si tratta di Depop un piccolo-grande centro commerciale virtuale dove poter creare il proprio negozio e vendere l’usato o le proprie creazioni. In programma poi c’è l’apertura di una vetrina su Etsy, piattaforma web decisamente più adatta a chi crea e intende espandersi.

D: Infine, cosa pensi possa essere utile dire ai giovani che vorrebbero intraprendere la strada della creazione di gioielli artigianali, soprattutto in questo periodo di crisi in cui non sempre è facile portare avanti un’attività in proprio?

R: Osate! La cosa più importante è da sempre il sapersi differenziare dagli altri e offrire qualcosa di mai visto, pur sempre con un occhio rivolto verso il senso comune del bello oltre le mode. L’impegno per fare questo è ovviamente più alto rispetto a chi decide di omologarsi agli altri, ma le soddisfazioni sono enormi. Sin da quando ero bambina mia madre mi ha sempre spronata a essere originale e a non seguire il branco e questo è stato di certo il consiglio che meglio mi ha plasmata nel mio percorso artistico.

Gioiello "Stella Nera" di Monica Casalini

“Altipiano”, anello della collezione “Mater Gea”.

Per chi volesse essere sempre aggiornato sulle creazioni di Monica Casalini e quindi su “Stella Nera”, ecco di seguito le sue pagine sul web:

 

Note all’articolo:

[1] Per chi volesse saperne di più: https://www.ridefinireilgioiello.com/ ; dal sito è possibile arrivare a tutte le pagine social dell’evento.

 

24 Marzo 2017

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Lavorando a nuove interviste… :)

Carissimi amici di “La grotta di Calipso”,

volevo solo avvisarvi del fatto che sto lavorando a nuove interviste che spero di poter pubblicare al più presto.

Per il momento vi chiedo di rimanere sintonizzati in attesa di news e, se vi va, di condividere ogni tanto sui social i vecchi articoli già pubblicati nel blog.

Un abbraccio a tutti, ci risentiamo prestissimo.

Sarah

rIcerCARE: Crowdfunding per il Progetto Glaucoma e Barriera Emato-encefalica

Buonasera a tutti gli amici di “La grotta di Calipso”,

dopo alcuni mesi di silenzio ri-eccomi qui.

Riparto con il blog pubblicando un nuovo comunicato stampa di rI-cerCare, organizzazione no-profit facente parte del network I-Care che promuove la ricerca innovativa senza l’uso di animali.

Buona lettura!

Sarah

Comunicato Stampa 

rIcerCARE: Crowdfunding per il Progetto Glaucoma e Barriera  Emato-encefalica

Progetto di crowdfunding totalmente a favore della ricerca, a cura di rIcerCARE, organizzazione no-profit che fa parte del network europeo I-CARE.

rIcerCARE, organizzazione no-profit che sostiene una ricerca scientifica etica, non violenta, che non utilizzi gli animali e quindi non crei sofferenza e morte, intende finanziare il progetto riguardante la Barriera Emato-Encefalica, attraverso una raccolta fondi popolare.
L’obiettivo del crowdfunding è raccogliere la somma necessaria per completare il progetto di ricerca sulla BEE da parte del LARF, Laboratorio Analisi Ricerca e Fisiopatologia dell’Università di Genova.

LA BARRIERA EMATO-ENCEFALICA

Ma in cosa consiste, nel dettaglio, questo progetto di ricerca?

Gli esseri umani e l’ecosistema, abitualmente, sono esposti a più composti chimici che diventano fattori di stress cumulativi. La contemporanea esposizione a più contaminanti, infatti, può aumentarne gli effetti tossici. Dati della letteratura scientifica recente suggeriscono che i disturbi neurali possono avvenire in età precoce e che l’esposizione all’inquinamento atmosferico, a farmaci e xenobiotici sembrano avere un ruolo cruciale in questo processo. Per tali motivi, in campo tossicologico non si dovrebbe prescindere dal valutare il potenziale neurotossico dei composti chimici e delle loro miscele, tenendo conto che spesso i sintomi associati all’alterazione della funzionalità nervosa possono essere ritardati, progressivi e spesso irreversibili, influenzando negativamente sulla qualità della vita, con implicazioni importanti sia a livello sanitario sia socio-economico.

I test di tossicità generale ed in particolare quelli di neurotossicità condotti in vivo sui roditori sono di costo e complessità elevati e si stanno rivelando poco sensibili ed inadatti per lo screening di un elevato numero di prodotti chimici. Inoltre, il sistema nervoso umano differisce sostanzialmente da quello dei roditori. Si rende quindi necessario sviluppare dei modelli alternativi in vitro, basati sull’utilizzo di cellule umane per poter rilevare il potenziale tossico di composti chimici e delle loro miscele, con un alto valore predittivo sull’uomo. Inoltre, per mimare al meglio le condizioni fisiologiche presenti nel sistema nervoso in vivo, è necessario considerare e riprodurre nei modelli in vitro la barriera emato-encefalica, che regola selettivamente il passaggio di sostanze chimiche da e verso il sistema nervoso.

Un modello in vitro che riproduca il sistema nervoso e la BEE, permetterebbe di comprendere non solo l’effetto delle sostanze chimiche o dei farmaci sulle cellule nervose, ma anche la capacità di questi di oltrepassare la BEE e quindi di svolgere la loro reale attività. Molte delle terapie potenzialmente neuroriparatrici e neuroprotettive oggi disponibili non sono in grado di esplicare questi loro effetti, proprio poiché non riescono ad oltrepassare la barriera emato-encefalica spesso selettiva anche per alcuni farmaci. Poche sono le informazioni disponibili sui possibili danni a livello del sistema nervoso.

Scopo del progetto

Come è noto, gli effetti di un composto chimico direttamente su cellule nervose, potrebbe non rispecchiare l’effettivo rischio per la salute umana, dal momento che il composto introdotto nell’organismo deve oltrepassare la BEE per agire a livello cerebrale, e la BEE è selettiva e quindi non permette il passaggio di tutte le molecole. Partendo da questo presupposto si vuole allestire un modello di BEE basato su tecnologia millifluidica, che consenta il flusso di liquidi attraverso le cellule della BEE e, se queste ultime permetteranno il passaggio di un composto in esame, si potranno valutarne gli effetti sulle cellule di origine nervosa (astrociti, neuroni ecc.) . Il modello potrà essere utile per studiare gli effetti dell’esposizione a composti chimici, naturali e di sintesi (inquinanti, farmaci, estratti vegetali) su cellule nervose, interponendo un costrutto di BEE, per poter simulare al meglio la condizione in vivo.
Si tratta quindi di una ricerca che avrebbe importanti ripercussioni a livello ambientale, animale e sociale, in quanto potrebbe superare la ricerca sulle cavie e aiutare a capire il reale impatto di alcuni agenti chimici e inquinanti sul sistema nervoso umano.

Il progetto di crowdfunding di rIcerCARE è disponibile sulla piattaforma ReteDelDono (Crowdfunding rIcerCARE Glaucoma e Barriera Emato-encefalica) e direttamente sul sito rIcerCARE.

Ufficio Stampa rIcerCARE
La Ricerca Scientifica che non uccide e non crea sofferenza

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I Nostri Contatti

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Il Nostro Crowdfunding del Progetto Glaucoma e Barriera Emato-encefalica

Donazioni

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Tra ricerche sul campo e preziose ceramiche: intervista ad Antonella Bartolucci, antropologa e ceramista

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Nella foto: Antonella Bartolucci.

Intervista a cura di Sarah Bernini

(www.sarahdeglispiriti.com)

D: Ciao Antonella, come prima cosa ti ringrazio per aver deciso di rilasciare questa intervista al blog “La Grotta di Calipso”. Per cominciare, ti chiedo gentilmente di darci qualche informazione su di te prima di tutto come persona per presentarti un po’: quanti anni hai, dove vivi e di cosa ti occupi nella vita.

R: Ho 59 anni, dal 2000 sono tornata a vivere a S. Martino in Rio [1], dove vivono i miei genitori. Mi occupo di cultura e arte, compito assai complicato nel nostro Paese!

Entriamo un po’ più nello specifico. Un primo aspetto importante di Antonella è la sua attività di ceramista. Spulciando qua e là nel suo profilo Facebook si possono vedere le sue bellissime creazioni in ceramica come vasi, bottiglie ed oggetti di vario tipo, fino ad arrivare a pannelli decorativi, dei veri e propri quadri in ceramica smaltata. Si passa da opere molto sintetiche in bianco e nero a creazioni con colori più vivaci che ricordano le decorazioni in stile etnico o che riprendono le sculture di antiche civiltà, come ad esempio le statuine sarde. Negli anni ’80 Antonella ha aperto un suo laboratorio e nel tempo ha realizzato anche delle mostre esponendo le sue opere.

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Nelle immagini: creazioni in ceramica di Antonella Bartolucci. 

Per capire meglio come sia giunta a questo lavoro e a compiere questo suo percorso, Antonella mi ha gentilmente inviato due saggi – pubblicati nel catalogo della sua mostra Visione_Forma_Sviluppo. La ceramica d’arte come modello di sintesi creativa [2] svoltasi presso la Rocca Estense di San Martino in Rio (31 Ottobre 2009- 11 Aprile 2010) con il patrocinio del Comune in questione – che parlano di questa sua attività e ve li propongo di seguito con il consenso della nostra artista perché li ritengo molto interessanti per avere un quadro completo sulla sua arte.

Ecco il primo saggio di Raimondo Rossi:

SAN MARTINO IN RIO – URBANIA

COME L’ARTE PUÒ UNIRE DUE CITTÀ

Incontrai Antonella un giorno in Urbania, la città di suo padre Giovanni, ed ebbi così modo di conoscerla: è la prima impressione che conta.

Mi parvero subito chiare la passione, la forza, l’impazienza, il sentimento che aveva dentro.

Tutte cose che poi ho ritrovato nei suoi modi di dipingere.

Ma devo andare per gradi e ricostruire la storia della sua famiglia. Non credo che si tratti di microstoria, ma piuttosto serva ad avere un quadro completo, utile a capire la personalità di Antonella.

La storia

Dovete sapere che il padre Giovanni Bartolucci proviene dalle Marche, da una città che fino al 1636, fine del ducato di Urbino, si chiamava Casteldurante e che diventò famosa per le preziose ceramiche rinascimentali. Ceramiche che diedero vita, continuando anche oggi, all’economia di Urbania.

Senza andare troppo lontano,  a metà del secolo passato Giovanni si trova a capo della fabbrica di maioliche Metauro e lavora come “fornaciaio”, mansione descritta da Cipriano Piccolpasso, il famoso personaggio che nel ’500 raccontò la ceramica nei “Tre libri del vasaio”.

Il caso fortunato volle che, cercando una decoratrice che sostituisse Luciano Bassi, s’imbattesse nella faentina Maria Luisa Merini, che più tardi diventerà sua moglie. La Merini vantava un curriculum di prim’ordine per essersi diplomata all’Istituto d’Arte per la Ceramica di Faenza e per le esperienze di abile decoratrice maturate nelle botteghe di Albissola fino a quelle di Capodimonte.

Giovanni era l’esperto fornaciaio, il suo socio Vittorio Salvatori, l’abile foggiatore: in questo modo i due costituivano l’inizio e la fine della fase lavoratrice, un sodalizio che dura tutt’oggi.

Infatti molte forme dipinte da Antonella derivano dalle idee e dai lavori di Salvatori.

L’arte

Giovanni, in Urbania, si formò vivendo in un clima artistico particolarmente vivace per la presenza di personaggi fondamentali per la ceramica di Urbania come il ceramista Federico Melis, il pittore Walter Piacesi, lo scultore bolognese Cremonini, i decoratori Ettore Benedetti e Piero Cicoli.

Un mondo composito, ricco e fertile per la sua crescita culturale e professionale che lo porta a diventare esperto nei segreti di cottura fino alla conoscenza dei colori e degli smalti.

Vi devo dire perché so tutte queste cose. Da ragazzo ho vissuto accanto alla fabbrica del Bartolucci e lì ho scoperto la mia passione per  la ceramica e l’arte in generale, passione che mi ha guidato, in tutta la mia vita, al sapere e alla conoscenza.

Dirigo il Museo diocesano di Urbania, che contiene una raccolta di oltre mille pezzi di ceramica dalle origini ad oggi.

L’artista

Eccoci dunque arrivati a parlare di Antonella. Ho avuto modo di vedere la sua attività ricca e poliedrica. Ho trovato un riferimento generale con la sua decorazione in un piatto del I secolo dopo Cristo, rinvenuto nel Bacino mediterraneo.

Il piatto è definito dalla “Revue de la Societé des Amis du Musée National de Ceramique” (n° 16. 2007, pag. 13): “Petite assiette mosaiquée, decor de fleur et de visage”. La decorazione sembra identica […]. E la fantasia di Antonella stupisce nella fantasmagoria dei colori che si addentrano nelle profondità marine e danzano nella pancia dei vasi. Si potrebbero fare dei riferimenti all’arte francese, ma non è strettamente necessario, mentre vale la pena ricordare il ceramista Melis e le forme di Salvatori, il tutto però reinterpretato da Antonella con sicurezza di intervento fantastico.

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Nelle immagini: creazioni in ceramica di Antonella Bartolucci. 

Ed ecco qui di seguito il saggio di Roberto Bartolucci:

La tensione creativa di un artista genera visione, percezione, intuizione della realtà in modo diverso, altro, rispetto alla consuetudine. Sfugge alla banalità per diventare oggetto di riflessione e pensiero. Infine diventa forma, concretezza, tangibilità di materia viva, anche se immutabile.

In questo sta lo sviluppo, il progetto, il calcolo del ceramista, che non solo dipinge, traccia, colora, ma fa i conti con la forma, la tridimensionalità della creta, della terra, e che infine attende l’imponderabile, anche se presumibile, effetto del fuoco; l’ultimo degli elementi che interagisce con l’opera, diventando complice del ceramista, alleato inseparabile, ma anche tremendo rivale, capace di spazzar via tutte le certezze costruite dalle accademie e dalle esperienze.

Duro lavoro, continua prova, estenuante attesa e costante rielaborazione tecnica, sono i cardini dell’attività della ceramista Antonella Bartolucci.

Figlia d’arte, la madre ceramista faentina e il padre tecnico ceramico della scuola durantina, nella sua produzione si ritrova una ispirazione genetica, che viene da lontano, che trasmette il vissuto di anni passati tra argille, colori, forme, odori e materie, che unisce in sé l’estro creativo e la tecnica scientifica in una sintesi che diventa archetipo della sintesi creativa.

La Bartolucci ha iniziato la sua attività confrontandosi da subito con la produzione di oggetti al servizio della vita quotidiana: piatti, bicchieri, tazze, servizi da tavola; oggetti di uso quotidiano, non da esporre, ma da usare, da toccare, da vivere come strumenti “utili”.

La bottega artigiana, che lei ha vissuto per tanti anni, è stata scuola fondamentale per la sua crescita artistica, perché, da subito, ha dovuto fare i conti con il risultato, che doveva essere “vendibile”, per poter continuare a creare.

La necessità di produrre oggetti impeccabili, ha permesso di sviluppare quella competenza tecnica che, nell’ambito della produzione di ceramica d’arte, è imprescindibile per l’artista che si approccia a questa modalità espressiva.

Ancora meglio: l’origine della parola “tecnica” è il termine greco “téchne” che nel suo significato originale comprende sia “la tecnica”, sia “l’arte”, la capacità cioè di fare qualcosa che si svolge secondo una regola.

L’artista quindi è anche tecnico e il tecnico è anche artista, perché il fare comporta una conoscenza, pratica e teorica insieme, e una  partecipazione consapevole a ciò che si fa.

La maturazione artistica della Bartolucci segue questo binario, il binario del “fare”, con metodo e progettualità, quello che l’esperienza, anche genetica, le concede di “saper fare”.

La visione poi, è null’altro che la conseguenza della conoscenza tecnica, è il cercare quello che è nascosto e renderlo visibile e comprensibile, anche in senso metafisico.

Gli oggetti non devono più “servire” in senso stretto, ma diventano strumento di comunicazione che la ceramista utilizza per trasmettere le proprie visioni, le proprie vibrazioni, ansie, umori e sensibilità.

L’incastrarsi tra forma e colore, diventa il sistema espressivo che la Bartolucci utilizza per trasmettere il suo mondo, o meglio i suoi mondi.

Le forme allora diventano pretesto, perdono il senso utilitaristico, e diventano racconto, viaggio, esplorazione.

Il colore, il disegno, il segno grafico, la “graffitura” dello smalto diventano esperienza, sensazione, vibrazione vitale.

Infine, parlando del percorso di Antonella, l’autore conclude definendolo:

[…] Un percorso, come la vita, mai chiuso, mai statico, ma sempre aperto a nuovi influssi e nuove esperienze, capace di sorprendere, da un lato, per la solidità tecnica, dall’altro per la continua ricerca nella consapevolezza delle proprie radici.

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Nelle immagini: creazioni in ceramica di Antonella Bartolucci. 

Ma torniamo, ora, alla nostra intervista.

D: Il tuo interesse per le antiche culture e le antiche tradizioni si riscontra anche nel tuo lavoro di antropologa. Nel ’96, infatti, ti sei laureata in Antropologia Culturale e hai così iniziato il tuo percorso in questo ambito. Ci vorresti parlare dei tuoi primi passi nel mondo della ricerca antropologica e di come si sia evoluta, poi, questa attività?

R: Sono laureata in Storia e Lingue Orientali ma con triennio e tesi in Antropologia culturale, materia fantastica, scoperta strada facendo. Ho accettato tesi di ricerca in antropologia pur sapendo che la mia docente, Adriana Destro, avrebbe richiesto almeno 2 anni di lavoro sul campo: infatti le prime interviste ho iniziato a farle tra il 1992 e il 1993 con, in testo, interviste complete in dialetto reggiano! 400 pagine molto esaustive ed interessanti.

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Copertina della versione aggiornata e ampliata del libro di Antonella. 

D: Tra 1992 e 1997 hai raccolto le interviste di diverse “guaritrici di campagna”, ovvero di donne che segnano diversi tipi di malattie nella zona reggiana, pubblicando poi un saggio a riguardo proprio nel ’97, integrandolo successivamente con ritorni sul campo tra 2000 e 2012. Da queste ricerche è nato il libro “La strega buona: donne che segnano la malattia” [3] accompagnato da un dvd ricco di interviste. Da cosa è nato questo tuo interesse verso questo tema specifico? E come hai impostato la tua ricerca?

R: La ricerca sul campo si avvalora con ritorni nei territori presi in esame, sempre attraverso l’“osservazione partecipata”, ossia gomito a gomito con gli attori. Dal ’92 quindi le riprese sono state 4 e solo così ho potuto estrapolare le mutazioni e il sopravvivere di queste pratiche, messe per iscritto fino all’ultima pubblicazione Le streghe buone, Aliberti compagnia editoriale. Tutti i miei saggi sono presenti nelle biblioteche reggiane e alla Panizzi [4] nella sezione tradizioni popolari locali.

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Nelle immagini: Antonella e alcune delle “sue” streghe buone; in basso, a sinistra: un momento di un rito di segnatura. 

D: Il tuo libro è ricco di informazioni riguardanti le patologie curate dalle donne da te intervistate e il simbolismo all’interno di questi riti, oltre a riportare, ad esempio, anche delle tabelle che sintetizzano un po’ il tipo di trasmissione del “lascito” ricevuto dalle varie curatrici e il tipo di professione da cui provengono. E’ un saggio, quindi, dal taglio piuttosto analitico e per “addetti ai lavori”. Com’è stato recepito dal mondo accademico e dal pubblico, invece, che non si occupa normalmente di questi argomenti? Hai riscontrato interesse durante le presentazioni del libro? E in quali ambiti sei riuscita ad organizzarle?

R: Naturalmente i tagli che uso per presentare il libro, quindi la ricerca che nasce da lontano, sono diversi: ai seminari presso l’ateneo di Bologna mi rivolgo in modo professionale a studenti e laureandi di Scienze sociali, antropologia culturale, Dams, lettere e filosofia. Importante è per gli studenti (non solo giovani!) avere esempio concreto di un lavoro sul campo. Quindi, in questo caso l’approccio è scientifico ma non per questo meno affascinante!

Le presentazioni nelle varie librerie, biblioteche, associazioni sono diventate, di volta in volta, molto partecipative e piene di pathos: spesso mi accompagnano guaritrici/guaritori e il pubblico partecipante si infervora, pone domande e spesso si racconta nelle proprie esperienze personali, diventando fonti importanti anche per gli aggiornamenti della ricerca.

Molti ricordano di essersi fatti “segnare” una storta, un fuoco di S. Antonio, torna una memoria antica!

Con i ragazzi delle scuole, oltre a spiegare cos’è l’antropologia culturale, uso l’aspetto curioso, magico, portando l’esempio delle loro nonne e scherziamo sul termine “strega buona”, allontanandoli dai vecchi stereotipi della strega che è sempre brutta e cattiva!

D: Cosa mi puoi dire riguardo la stampa? Hai riscontrato interesse per il tuo studio da parte dei mass media?

R: L’interesse è cresciuto presentazione dopo presentazione, quindi in seguito alla divulgazione anche in tv locali e molte biblioteche di tutto il territorio reggiano, modenese, bolognese. Anche i quotidiani, che poco spazio hanno per questi contesti, si sono spesi bene, anche con filmati on line, vedi Gazzetta di Reggio.

D: Quali sono i tuoi progetti futuri per il libro e per queste tue ricerche sul campo (sempre che si possano dire)?

R: E’ appena uscito l’aggiornamento di Le streghe buone, presente in tutte le librerie a livello nazionale dal primo settembre. Si procederà con l’editore alla promozione nazionale con presentazioni in grandi librerie. Procedo anche con la promozione di tali argomenti con progetti rivolti alle scolaresche.

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D: Tornando invece alla tua attività di ceramista, pensi di sviluppare ulteriormente la tua arte? Se sì, in che modo?

R: Mi sto muovendo con delle mostre, ma ultimamente sono presente in Lombardia attraverso canali non convenzionali, tipo negozi di vario genere.

D: Che cosa consiglieresti ai giovani che vorrebbero lavorare nell’ambito delle ricerche antropologiche?

R: Di dedicarsi ai temi del nostro territorio nazionale, per non trovarci sempre ricercatori stranieri ben più stimolati ed incentivati da progetti remunerati, anche fuori dalla loro nazione; di lavorare sodo e, soprattutto, di non demordere!

D: E cose consiglieresti, invece, ai giovani che vorrebbero crearsi un’attività che sia legata al mondo delle ceramiche artistiche?

R: Di coltivare la passione ma di metterla in pratica fuori dall’Italia.

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Un’immagine proveniente dall’account Instagram di Antonella.

Per chi volesse maggiori informazioni su Antonella Bartolucci e le sue attività:

 

Note all’articolo:

[1] Comune in provincia di Reggio Emilia.

[2] Il catalogo è stato stampato dalla tipografia “San Martino” in San Martino in Rio, RE.

[3] Il libro è stato poi ristampato, ampliato e aggiornato, con il titolo “Le streghe buone. I simboli, i gesti, le parole. Come muta la medicina tradizionale nell’era di Internet”, Aliberti compagnia editoriale.

[4] Biblioteca comunale di Reggio Emilia, http://panizzi.comune.re.it/

 

20 Ottobre 2016

Sulle ali di Iside….intervista a Jivan Parvani (Sonia Lorenzon), insegnante di Danze orientali e studiosa di Antico Egitto

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Nella foto: Jivan Parvani Sonia Lorenzon

Intervista a cura di Sarah Bernini

(www.sarahdeglispiriti.com)

D: Ciao Parvani, come prima cosa ti ringrazio per aver deciso di rilasciare questa intervista al blog “La Grotta di Calipso”. Per rompere il ghiaccio, ti chiedo di darci gentilmente qualche informazione su di te prima di tutto come persona per presentarti un po’: quanti anni hai, dove vivi e di cosa ti occupi nella vita.

R: Ciao è un piacere poter parlare di tutto quello che amo, per cui sono io a ringraziarti per l’opportunità offerta.

Abito a Firenze, anche se provengo da un paesino vicino a Venezia. Ho appena compiuto 50 anni e la mia ricerca mi ha accompagnato per tutta la vita. Ho molteplici interessi nella vita e mi occupo di Astrologia e Tarocchi, ma la mia professione principale negli ultimi 15 anni è stata insegnare danza orientale e meditazione, creando un mio personale metodo che unisce la tecnica della danza, al lavoro sui Chakra, gli Archetipi e la Spiritualità per permettere ad ognuno di poter esprimere se stesso e “divenire ciò che è”. Vivo in un mondo interamente femminile e i Cerchi di Sorellanza sono stati il modo in cui ho contattato la morbida energia della Dea. Nel fulcro del mio lavoro sul Femminile Sacro è nato Yoga Faraonico che esalta il Divino Maschile. Mi occupo essenzialmente della crescita e dell’evoluzione personale usando diversi talenti e sentieri.

D: Entriamo un po’ più nello specifico. Vorrei che parlassi ai lettori di La grotta di Calipso del tuo percorso iniziale nell’ambito del mondo spirituale, quello che ti ha portata a diventare Ma Jivan Parvani e che ti ha vista muovere tra percorsi legati all’Oriente, confraternite cristiane e diverse discipline tra cui l’Astrologia Karmica, che ormai insegni da tanti anni. Quando e come hai iniziato questo cammino e come si è evoluto nel tempo? Quali discipline hai potuto approfondire e che cosa ti hanno aiutata a capire di te stessa?

R: Lo studio del passato e della tradizione sono una parte fondamentale della mia vita. Da quando ho aperto gli occhi in questo mondo, mi sono sempre fatta tre domande: da dove vengo? Chi sono? Dove sto andando?

La mia ricerca non ha un inizio, è nata con me e mi ha accompagnato per tutta la vita.  A quindici anni iniziai due percorsi che avrebbero cambiato la mia esistenza: uno astrologico e psicanalitico, legato allo studio degli Archetipi di Jung e uno di tipo spirituale che mi ha portata allo Yoga e a essere iniziata in molte Vie.

L’Astrologia e il suo linguaggio erano così chiari e naturali per me che a ventiquattro anni, oltre a fare consulenze, la insegnavo regolarmente.

Praticando lo Yoga e la sua filosofia, il concetto del Karma e della Reincarnazione s’inserì subito nei miei studi astrologici, per creare un sistema eclettico che fonde insieme l’astrologia indiana con la visione degli eminenti astrologi umanisti e Junghiani: l’Astrologia Karmica, che rappresenta la mia specializzazione. Ero pienamente soddisfatta di ciò che avevo realizzato e compreso, ma ancora non avevo chiara la mia “missione”… ma un giorno avvenne qualcosa che cambiò la direzione della mia vita: la danza delle Donne!

Feci parte del mio percorso in solitudine, come un eremita, facendo digiuni e austerità, mentre continuavo la mia vita come una ragazza della mia età, ma ebbi il dono di essere Iniziata in molte tecniche di meditazione. Provai e cercai in molte tradizioni: studiai Yoga all’Himalaya Centre di Venezia e viaggiai in India, in compagnia del mio compagno e di mia figlia (da quando aveva 4 mesi) da un ashram all’altro, vivendo dei lunghi periodi presso i Ghat di cremazione in compagnia dei Kali Baba, che mi dischiusero i segreti della morte e dell’immortalità dell’anima; vissi per lunghi periodi nelle comuni di Osho in Italia, Olanda, Svizzera e India dove potei assaporare e sperimentare molteplici tecniche di meditazione e lavori bioenergetici all’avanguardia; fui iniziata alla Meditazione Trascendentale che però lasciò il mio animo insoddisfatto; sperimentai le mistiche danze rotanti dei Sufi e la recitazione dei sacri nomi di Dio per un anno circa; andai nelle confraternite mistiche del Cristianesimo (tra cui Taizé in Francia) nelle quali ho avuto le più potenti esperienze mistiche; studiai l’Astrologia Karmica, che ho praticato e insegnato a lungo per giungere alla magica iniziazione all’antica arte dei tarocchi, avvenuta in un sogno.

Fui iniziata al Reiki nel 1992 e al massaggio cinese, ma ciò che ha veramente cambiato la mia vita personale e di coppia è stato il Tao Yoga o Yoga (1994) dell’Amore il cui insegnamento fa parte di ogni mia azione. Tra il 1997 e il 2001 ho studiato e praticato la radiestesia e ho lavorato con i campi bioenergetici dell’uomo.

I concetti dello spazio-tempo e della causa-effetto lentamente si costruirono e si radicarono in me, permettendomi di capire (non a livello razionale, ma esistenziale) come il passato genera il presente che, a sua volta, darà vita al futuro, in un continuum senza fine. Il futuro non è mai presente e il presente nasce sempre dal passato, quindi è verso il passato che il mio sguardo si è sempre focalizzato, attratto irresistibilmente verso le origini di ogni evento, personale o collettivo. Scoprire e conoscere ciò che fu ha sempre portato gioia al mio cuore: era/è come un’eco lontana che appaga la mia anima.

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Nella foto: Jivan Parvani con sua figlia, Prem Mahan Pavanello, membro della compagnia Le danzatrici di Iside.

D: Da questo cammino spirituale ampio e complesso, giungi ad un certo punto alla danza….nello specifico, alla Danza egiziana, a cui vieni iniziata però in India, una situazione davvero particolare… Cosa e chi ha reso possibile questa nuova avventura?

R: Nel 1992 andai nuovamente in India per approfondire lo studio dello Yoga e lì avvenne la magia… e fui Iniziata alla Danza del Ventre prima dalle bambine della strada, che vedevano in me una danzatrice e volevano assolutamente donarmi qualche passo, espressione o posa e poi da Erasmia, una mistica danzatrice greca che, insieme alla tecnica, mi ha dato diverse “chiavi” sui significati energetico-spirituali di quest’antica arte.

Uno strano intreccio Karmico mi ha portata ad essere iniziata in India a ciò che era la danza egiziana: un evento che mi ha sempre spinta ad unire le due antiche tradizioni. Fu proprio in India che venni incoraggiata a danzare e a seguire la mia Via. I Sadhu (sacerdoti indiani) organizzavano per me dei concerti, che si svolgevano nei giardini dei templi o, come a Khakjuraho, all’interno dei templi stessi… così per quattro mesi danzai nei templi e per i Sadhu, che mi acclamavano come l’incarnazione vivente delle antiche Devadasi. L’ebbrezza provocata dalla musica, dalle loro continue ovazioni mi permisero di trovare nell’estasi, l’intima unione con la Dea.

Una porta si era spalancata davanti a me… l’incontro con questa danza è stato illuminante! Attraverso la danza si può sperimentare l’estasi, lo Yoga e l’Unione con il Tutto: danzare è una forma di meditazione in movimento sulle ali della musica. Avevo trovato la mia Via!

D: Quale filo conduttore lega la danza a pratiche olistiche incentrate sul lavoro energetico e alla meditazione? E come mai hai sentito il bisogno di approfondire ulteriormente la tua attività di danzatrice, divenendo una professionista e arrivando poi a fondare la tua compagnia, Le danzatrici di Iside?

R: Provenendo da un percorso spirituale e di Yoga è stato per me naturale unire alla danza tutto il mio bagaglio precedente: la danza era tutto ciò che fin da piccola desideravo fare… la danza occupa tutto il mio cuore di danzatrice, poiché solo danzando provo quella meravigliosa estasi che mi fa sentire parte di un Grande Tutto.

Afferrata l’essenza della Danza della Vita, è stato naturale per me voler scoprire le origini di ciò che aveva così appassionato la mia anima. E’ stato un percorso a ritroso iniziato con la storia della danza araba e poi, sempre più indietro alla danza dell’Antico Egitto, e ancora più indietro alle danze archetipiche e primitive. Ricercando le origini della Danza del Ventre, ho trovato la sua matrice e l’ho chiamata la Danza Universale della Vita o la Danza della Dea. È una danza madre nata con la vita stessa e con il corpo della donna, antica quanto la Creazione, conosciuta e praticata ovunque, prima dell’avvento delle società patriarcali. Nel tempo si è trasformata e si è occultata in stili diversi, ma non è mai morta… è la stessa danza, evoluta e adattata, che ancora oggi ballano le donne di tutto il mondo.

La danza Universale della Vita è l’eredità delle Donne che danzando vivono la loro natura più profonda e sensuale: non esiste niente di più potente che esprimere se stessi attraverso l’Eros! L’Eros è l’energia primordiale che ha dato origine a tutto ciò che esiste; è l’energia che collega gli opposti e li rende complementari; è il piacere sensuale, la gioia, l’amore, la libertà, l’espressione, l’unità e la Bellezza. L’Eros è tutto ciò che le religioni monoteiste hanno cercato di uccidere sotto il nero manto del “peccato”, creando ovunque malattia, paura e morte.

Questa antica arte è rivoluzionaria perché permette di ri-collegarsi e incarnare l’Eros, dando corpo e tridimensionalità alla fiamma divina che alberga nel nostro cuore e si manifesta attraverso il corpo; danzando diveniamo delle Dee che celebrano il proprio sentire e lo condividono con gli altri.

Pioniera della danza orientale in Italia, introdussi subito nel mio sistema pedagogico l’uso degli Archetipi che permette alla danzatrice di incarnare pienamente lo stile e gli Intenti della sua danza. Quale terreno più fertile per lavorare sul cambiamento della Coscienza Collettiva Femminile, delle danzatrici del ventre che, danzando, incarnano la Dea nel loro corpo! Avevo trovato la mia Via e la seguii con grande passione e gioia, condividendo ogni mia scoperta. Amo il teatro e le rappresentazioni che permettono ai miei molteplici volti di esprimersi ed è per questo che ho fondato la mia compagnia “Le danzatrici di Iside” nel 2001. Le isidini fanno parte della mia vita: amiche, sorelle, compagne di vita che mi hanno permesso di crescere ed evolvere, sia nello stile che nei contenuti… è grazie a loro e alle centinaia di allieve che ho avuto che ho potuto condividere questa meravigliosa arte. Da molti anni organizzo Cerchi di Sorellanza, eventi e spettacoli in cui vengono elaborate e sperimentate le energie archetipe delle diverse Dee usando la danza, la drammatizzazione, la voce e la meditazione.

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Nella foto: Le Danzatrici di Iside.

D: Nel tempo, ti sei concentrata sempre più sulle danze tradizionali egiziane e non solo, hai scritto anche un libro dedicato allo Yoga Faraonico: ci vorresti parlare di queste discipline più nello specifico? E come nasce questo tuo legame con il mondo egizio?

R: Ricercando l’origine della danza delle donne, mi sono imbattuta nelle Scienze segrete dell’Egitto, nelle conoscenze Ermetiche, nello Yoga, nell’antica Gnosi che la leggenda e i miti narrano provenire da Eliopoli, ma soprattutto nella Dea e nelle sue sacerdotesse.

Studiando le leggende, i miti cosmologici e gli Dei/Dee egiziani ho ritrovato l’origine della civiltà greca e, di conseguenza, della matrice del pensiero occidentale. Le religioni che pratichiamo, i simboli che ci circondano, gli archetipi che ancora agiscono in noi derivano in parte dalla cultura egiziana. I grandi filosofi greci [1] e le anime più feconde del Vicino Oriente erano state iniziate ai Misteri egizi e avevano studiato nella “Casa della Vita” ma, avendo giurato di mantenere il segreto, una volta tornati in patria non poterono rivelare ciò che avevano sperimentato. Così, per partecipare alla Grande Opera e divulgare l’esperienza del divino, fondarono religioni e scuole di ascesi, ricoperte di veli e Misteri, traducendo la Gnosi con il linguaggio della civiltà cui appartenevano.

L’Egitto si offre come la parte smarrita della nostra storia e di noi stessi e l’attuale sete di autentica spiritualità trova in esso, come nell’Oriente e nel Sud America, una guida sicura che accompagna verso il futuro. “La Restaurazione del Tempio” è iniziata, ma il nuovo Tempio non potrà avere la forma di quello distrutto, perché l’uomo di oggi è molto diverso dai suoi antenati e l’Eterno Nuovo richiede un continuo processo di evoluzione e di rinnovamento.

D: Riguardo al libro Yoga Faronico (Harmakis Edizioni, 2015), va detto che è un testo davvero ampio (244 pagine, formato 200×280, ricco di foto e illustrazioni a colori) diviso in modo da presentare, come prima cosa, un’introduzione alla cultura egizia (religione, simbolismo, ritualità ecc.); una seconda parte dedicata allo Yoga ispirato alle posizioni delle raffigurazioni egizie con tutti gli aspetti prettamente energetici di questa disciplina ed una terza parte incentrata sugli aspetti misterici e sacerdotali del mondo egizio, oltre che su elementi che esso condivide con la cultura Indiana, così come su concetti dell’Ermetismo e dell’Alchimia, (che ricordiamo essere nata in Egitto)… ci vorresti parlare di come si siano svolte queste tue ricerche, quanto lavoro ti abbiano richiesto e quindi come tu sia riuscita a legare tutti questi aspetti culturali che si integrano in questa opera così complessa?

R: Sto scrivendo questo libro da oltre 20 anni… la ricerca è stata lunga e molto solitaria. Trovare testi antichi in biblioteche specifiche ha richiesto anni di meticoloso lavoro, ma sapevo cosa cercare e questo ha reso più semplice la ricerca. I testi di egittologia accademica si sono mescolati alle mie precedenti esperienze e studi. Yoga Faraonico è nato da solo: io volevo solo scrivere un libro sulle danze sacre dell’Antico Egitto. Più studiavo e più comprendevo che le danzatrici erano delle Iniziate e scoprivo che c’era un sistema molto articolato che permetteva la loro fioritura energetica. Cosa praticavano? Ad ogni gesto facevo corrispondere la chiave energetica che permetteva, attraverso l’apertura o chiusura dei Chakra, di raccogliere o emanare energia… sperimentavo i gesti che vedevo nei bassorilievi, ascoltando cosa succedeva interiormente: annotavo tutto, esperienza dopo esperienza. Studiando la danza e i “Giusti Gesti”, manifestazione fisica del potere dei geroglifici, ho lentamente capito che ogni posizione poteva essere paragonata a un’asana o posizione dello Yoga. Una porta si è aperta e un libro meraviglioso intitolato “Le Yoga des Pharaons”, mi ha dato la chiave per collegare le due tradizioni. La polvere che il tempo aveva depositato sulle tecniche usate nello Yoga egiziano si è di colpo dissolta e le mie due grandi passioni, lo Yoga e la Danza, si sono intrecciate permettendomi di ri-creare sia una piccola parte dello Yoga, sia le danze sacre egiziane.

Avendo viaggiato a lungo e diverse volte in India, avendo praticato lo Yoga, ma anche la danza dentro ai templi, avendo partecipato a molte Puja o celebrazioni agli Dei, avendo fatto le processioni religiose, un pellegrinaggio sull’Himalaya alla ricerca della Cima e avendo meditato a lungo, presso i luoghi di cremazione, sul significato della Vita e della Morte e sul valore del nostro rapporto con il divino… non potevo non sentire l’eco di ciò che avevo vissuto in India, in ciò che andavo scoprendo nell’Antico Egitto. L’arte era totalmente diversa è vero, ma la ricerca spirituale le univa. Ho seguito questa ispirazione.

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Nell’immagine: la copertina del libro “Yoga Faraonico”.

D: Lo Yoga faraonico si rivolge a tutti oppure vi sono limiti di età? E come può giovare a chi lo pratica?

R: Lo Yoga Faraonico è una una serie di tecniche, capaci di portare l’uomo all’esperienza diretta del divino. Le asana o Giusti Gesti sono una sorta di “meditazione in movimento” in cui l’attenzione principale è posta sull’acquisizione di una corretta postura e sulla consapevolezza del respiro e della propria spina dorsale. La malattia e la vecchiaia intaccano le articolazioni (dove si depositano le tensioni) e i dischi intervertebrali facendo degenerare il corpo, mentre i Giusti Gesti, sciogliendo le articolazioni e irrorando le vertebre di nuova energia, assicurano salute e longevità sul piano fisico e l’elevazione della Coscienza sul piano spirituale.

Inoltre ogni postura esercita una sorta di massaggio riflesso sugli organi e sulle ghiandole, stimolandoli a rigenerarsi continuamente. Muovere, stirare, torcere e allungare il corpo è un modo molto piacevole per sciogliere le tensioni e incarnare consapevolmente e gioiosamente il proprio corpo, acquisendo una vita fisica ed emozionale più equilibrata ed ordinata.

Partendo dal controllo sul corpo si perviene, in successione e grazie al risveglio di Sekhem, alla coscienza e al controllo dei livelli più sottili. Rimanere fermi e consapevoli in una postura, significa imparare a rilassarsi e viaggiare all’interno di se stessi. L’immobilità aiuta la mente a trovare la calma, così la concentrazione fisica diviene il preludio alla consapevolezza e alla meditazione.

Ogni Gesto è la rappresentazione fisica di un geroglifico di un Archetipo e come tale ha la capacità di agganciare e convogliare l’energia spirituale corrispondente nel corpo.

I Gesti degli Dei sono estremamente potenti e portano, attraverso una visualizzazione specifica, a sperimentare le potenti energie Archetipiche che rappresentano: facendo il Gesto ci si mette in risonanza con la Sua energia e si ha la possibilità di sperimentare la Potenza del Netjer/Dio/Dea  nel tuo corpo. Immedesimati con quel Principio particolare e permetti alla Sua luce di donarti la comprensione “fisica” della Sua energia divenendo, tramite Heka, quel Dio/Dea.

Lo Yoga Faraonico ha una potenza incredibile e basta sperimentare un solo Gesto per capirne la potenza.

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Nella foto: musicista con flauto a doppio tubo e danzatrici, dettaglio tratto da un affresco della tomba di Nebamun, Tebe (Egitto), XVIII^ Dinastia.  Immagine tratta da Wikipedia [2].

D: So che nel 2006 hai scritto un libro sulle danze orientali che è un testo fondamentale per la formazione e per affrontare gli esami in queste discipline e che hai lavorato e che stai lavorando anche ad alcune nuove pubblicazioni. Ci vorresti parlare di questi altri progetti editoriali?

R: Nel 2015 ho pubblicato un nuovo libro: Astrologia evolutiva – La Luna e le Dee bianche. Studiando le Dee antiche mi ero sempre chiesta perchè fosse così difficile agganciare la loro energia. Il libro della Dott.ssa Bolen “Le Dee dentro la donna”, mi ha fornito il collegamento: attraverso la comprensione degli Archetipi delle Dee Greche o Elleniche! È nel mondo greco che troviamo l’origine degli Archetipi Femminili che ci dominano ancora oggi. Archetipi – schemi di Dee/donne violate dagli Dei dell’Olimpo (civiltà patriarcali). Il punto di rottura dell’equilibrio matristico mi era finalmente chiaro e ho scritto questo libro allo scopo di poter agganciare l’Inconscio delle donne/Dee violate (da cui discendiamo) con le potenti Dee dell’antichità… di cui Iside rappresenta l’essenza. Una volta riconosciuto l’Archetipo dominante, attraverso la posizione della Luna nel Tema Natale, inizia un percorso di “guarigione”. Riconoscendo l’aspetto violato della Dea che incarniamo, l’Inconscio inizierà ad agganciare la corrispondente Dea inviolata dell’antichità che potrà parlare nuovamente ai nostri cuori e guidare le nostre azioni in equilibrio e integrità.

Sto poi finendo i disegni del libro “Danze Sacre dell’Antico Egitto” che parlerà della Dea e delle Sue sacerdotesse/danzatrici in termini Iniziatici, tecnici ed energetici.

Contemporaneamente sto finendo il libro di Astrologia Karmica e un romanzo sulla reincarnazione.

D: Il tuo insegnamento delle danze orientali ed egiziane a chi si rivolge e cosa mira a sviluppare? Fino a che età è possibile svolgere questo tipo di danze e quali benefici specifici  portano a chi le pratica?

R: Il mio approccio spirituale ed energetico alla vita si è unito alla tecnica della danza del ventre, creando uno stile di insegnamento che aiuta a far nascere la danza dal centro del proprio cuore, senza nulla perdere nella perfezione estetica e tecnica della forma.

Ri-trovare la gioia di lasciar fluire il proprio corpo, danzando insieme ad altre donne; assaporando il piacere di specchiarsi nel loro sorriso, come nei loro travagli ed evocare l’antico cerchio delle donne in cui può circolare il Femminile Sacro; capire il significato e il valore dei movimenti e dei gesti; ascoltare la musica in silenzio per assaporarne l’essenza e comprenderne l’intima struttura; penetrare nell’archetipo femminile che la rappresenta significa ritrovare “la danza” come espressione della propria energia… significa ritrovare la Dea, dai mille volti, che pulsa nel nostro cuore.

La tecnica non viene imposta dall’esterno, ma è una fioritura interiore, costruita dall’interno attraverso un lavoro energetico, basato sui chackras e sulla percezione corporea.

Il radicamento alla Terra e la respirazione divengono lo strumento di unione con il corpo: ritrovare il respiro caratteristico di ogni movimento aiuta, infatti, ad acquisire una fluidità (medium del Femminile) corporea, mentale e spirituale.

La comprensione dei gesti e degli stili, l’interpretazione musicale, l’improvvisazione e la coreografia (in cui si estrinseca la sua ricerca-sintesi sulla Geometria Sacra), i due lati della stessa medaglia, hanno lo scopo di fissare nell’anima la loro essenza. Così facendo si impara a nutrire il Femminile Sacro.

È una danza adatta a tutte le donne, di qualsiasi età e permette ad ogni donna di incarnare pienamente e consapevolmente il suo corpo, rivitalizzandolo e sostenendolo, attraverso un profondo lavoro con il perineo e in muscoli addominali che sono continuamente sollecitati. Essa elasticizza e ringiovanisce il corpo, facendo riscoprire la gioia di essere donne capaci di danzare sulle ali della musica.

Ogni donna ha il diritto di muovere il suo corpo sinuosamente e in armonia con la sua sensuale energia.

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Nella foto: Ankh egizio [3].

D: Guardando i tuoi video, ho notato che hai sviluppato delle coreografie molto particolari come ad esempio quella delle danzatrici guerriere (Notti d’Oriente 2012, saggio delle tue allieve), la Danza delle Fate (una celebrazione dello spirito della Natura), Le spose cadavere (danza dedicata a Samhain, il Capodanno celtico, in occasione dell’11° Oriental Dance Congress di Bologna) e ho visto che nel 2011 hai lanciato la proposta de Il cerchio delle Dee danzanti. Ci potresti parlare meglio di queste esperienze?

R: Nel corso della mia eterna ricerca ho creato nuovi stili di danza che hanno lo scopo di incarnare i diversi volti del femminile: la danzatrice Guerriera risveglia la Forza e la centratura, insegnando a convogliare l’energia in una sola direzione alla volta. La danza delle Fate parla della leggerezza della Dea Celeste che permette all’Anima di tornare nel mondo astrale da cui proviene, sviluppando il mondo dei sogni e dell’Intuizione; le danze gotiche hanno invece lo scopo di dare espressione alla Luna Nera, all’Ombra che chiede continuamente di vedere la Luce… attraverso queste danze avviene una profonda alchimia che permette di trasmutare l’oscurità in Luce e di sviluppare i talenti che in essa si nascondono; hanno perciò un valore terapeutico e di guarigione.

Il Cerchio delle Dee danzanti e i Meeting Womankind nascono dal desiderio di dare ampio spazio ai grandi cambiamenti che sentiamo pulsare e che portano alla fioritura di una visione diversa della Danza, della Donna e della Vita.

L’Intento di questo percorso è il risveglio e il sostentamento della propria energia Femminile… è un percorso iniziatico che ri-percorre antichi sentieri con lo scopo di far sbocciare una danza di Purezza cristallina, sacra e rigenerante. Una danza che diviene sia preghiera che celebrazione del proprio essere Donne, sostenute dall’energia del Cerchio, per assaporare la Sorellanza e l’Unione.

Eventi e luoghi in cui si lavora con l’eterna danza della Dea nella sua antica forma… come una via diretta verso l’esperienza del Divino, verso la danza estatica e le geometrie sacre che da essa emanano. Una danza che insegni a rilassarsi, ad amarsi e ad accettarsi; una danza che segue le note della musica e semplicemente le materializza, perché è nella semplicità che si coglie l’armonia delle forme.

La nostra crescita ha valore solo se è condivisa e condividere significa mettere a disposizione se stessi, aiutare e supportare chi cammina insieme a noi… tutto ciò che doniamo ci ritorna sotto forma di Amore (l’unico tesoro che si moltiplica per divisione… come ci insegna l’Arcangelo Michele), il Vero Motore della Terra Acquariana! Sono alla ricerca di una Spiritualità interattiva, dove ogni donna si senta personalmente coinvolta, possa interagire con quello che apprende.

Siamo tutti Figli e Figlie di Dio, ospiti di nostra Madre Terra in questa momentanea incarnazione…

siamo tutti sulla strada del “ritorno a casa”,

e la danza è da sempre una scorciatoia per arrivarvi.

D: I tuoi laboratori di formazione, sia di danza che di Yoga Faraonico, solitamente come si svolgono? E con quale cadenza?

R: I laboratori di Formazione dovrebbero avere una cadenza mensile o trimestrale in base agli Intenti e Scopi da realizzare. La parte tecnica è sempre accompagnata da un profondo lavoro energetico e di meditazione in cui cerco di condividere ciò che conosco. Comunque ogni percorso viene studiato in maniera unica e irripetibile, pur seguendo delle linee-guida essenziali: è l’anima del gruppo che determina molte cose.

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Nella foto: Tempio egizio [4].

D: Che cosa consiglieresti a chi volesse dedicarsi alle danze orientali ed egiziane e a chi volesse sperimentare la via dello Yoga Faronico?

R: Se amate la vita e la conoscenza, sperimentatela attraverso il corpo, la danza e lo Yoga… senza un rapporto armonioso con il corpo non può esserci nessuna evoluzione animica/spirituale. Il corpo è il tempio della nostra anima, se riusciamo a incarnarlo veramente ci dischiuderà ogni porta e ci permetterà di metterci “in rete” per acquisire tutte le conoscenze che ci servono.

Ognuno di noi ha la sua strada da percorrere, ma se il tuo animo risuona con l’Egitto, non negarti il piacere di conoscere attraverso il corpo la sua storia e la sua magia.

Per chi volesse maggiori informazioni su Jivan Parvani e le sue attività:

Note:

[1] Secondo Diodoro Siculo, Plutarco trovò nei registri dei sacerdoti egiziani la notizia che Orfeo, Melampo, Dedalo, Omero, Licurgo, Solone, Platone, Pitagora, Eudosso e Democrito avevano studiato sulle rive del Nilo.

[2] L’immagine è tratta dalla pagina: https://it.wikipedia.org/wiki/Nebamon#/media/File:Nebamun_tomb_fresco_dancers_and_musicians.png

[3] L’immagine dell’Ankh è tratta dalla pagina: https://pixabay.com/it/ank-croce-spirituale-egitto-1215063/

[4] L’immagine del Tempio egizio è tratta dalla pagina: https://pixabay.com/it/egitto-viaggi-faraone-tempio-egizio-945311/

Povera Parigi? Sì. Ma soprattutto….poveri tutti noi.

articolo su Parigi

Carissimi amici di La grotta di Calipso,

solitamente evito di commentare gli eventi della politica nazionale ed internazionale perché so che sono temi, questi, che scaldano gli animi e spesso, purtroppo, dividono le persone, invece che unirle.

Personalmente, quindi, cerco – quando posso – di parlare di tematiche che ci uniscano, più che di quelle che ci fanno arrabbiare, urlare e che ci terrorizzano.

Ma ci sono momenti in cui questo non è proprio possibile e questa giornata è una di quelle.

Ovviamente, mi riferisco a questi nuovi attentanti a Parigi.

Premetto che tutto ciò che sta avvenendo è un qualcosa che senz’altro da tempo si poteva presagire, soprattutto dopo gli avvenimenti legati all’attacco a Charlie Hebdo che già avevo ritenuto una specie di “prova generale” per questa che è senz’altro una Terza Guerra Mondiale. Una guerra ovviamente diversa da tutte quelle che abbiamo conosciuto fino ad ora, non più dichiarata in modo ufficiale, ma agita in momenti e luoghi differenti, quando meno ce lo si aspetta.

Io però, non so come, ho sempre saputo, fin da piccola, che qualcosa di davvero orribile sarebbe dovuto accadere prima o poi che ci avrebbe coinvolti tutti direttamente.

Non so, sarà che noi figli degli anni ’80 e del “fattaccio” di Chernobyl siamo cresciuti con il terrore del nucleare e quindi forse la paura della guerra è sempre stata nel nostro DNA.

Sarà che i racconti anche della seconda Guerra Mondiale da parte di nonni e zii mi hanno segnata e mi sono sempre sembrati così vividi e freschi, vicini a me…. chissà.

Però credo che questo mio sentire sia qualcosa di molto più profondo, che ho da quando ne ho memoria.

E nel tempo ho incontrato altre persone – che si potrebbero definire tutte ex “bambini indaco” –  che avevano la stessa mia sensazione, cioè quella che un giorno, da adulti, avrebbero dovuto essere presenti o comunque testimoni di qualcosa che avrebbe sconvolto le vite di tutti noi o almeno la visione della vita che fino a quel momento avremmo avuto.

Questa cosa mi venne confermata anche in meditazione parecchi anni fa e la cosa mi inquietò parecchio, non lo nego, perché quando mi vengono dette certe cose in meditazione, poi puntualmente si manifestano nel mondo materiale.

Ecco, temo che quel momento sia arrivato o comunque si stia avvicinando davvero a grandi passi.

Ovviamente, in questa giornata mi sento di esprimere la mia totale solidarietà agli amici francesi che stanno vivendo questi momenti orribili, senza dire altro, perché sarebbe davvero superfluo. Ormai le parole non servono più a nulla, poiché l’Europa è definitivamente sotto attacco e da questo momento in poi potremo solo osservare e subire questo scempio.

In questi momenti, mi torna in mente un discorso che feci quando ero una ragazzina, all’Istituto d’Arte di Parma…avrò avuto 14 o 15 anni (era forse il ’95 o ’96). A fine lezione, mi fermai a parlare con la mia insegnante di Letteratura e Storia, una donna che ho sempre apprezzato tanto, sia dal punto di vista professionale che umano. Mi ricordo che le chiesi: “Prof., lei non teme che le immigrazioni da certi paesi possano portare, in futuro, ad un aumento sia  dei problemi di integrazione sia del fanatismo religioso?” Lei mi rispose che lo temeva, eccome. E anche io ammisi la stessa paura profonda. E chiariamoci, né lei né io intendevamo parlarne dal punto di vista xenofobo. Intendevamo parlarne dal punto di vista di problemi legati a religioni e civiltà, culture differenti, con visioni diverse della vita, dell’intendere la società e il suo rapporto tra Stato e religione, nella loro visione della donna, dei diritti umani ecc. In quel momento, però, non stavo pensando a ciò a cui poi sono giunta a pensare negli anni, ovvero alle possibili implicazioni della manipolazione di gente – magari con problemi di denaro, quindi fame, stenti, o anche solo in preda a rabbia e voglia di vendetta verso i paesi che li ha colonizzati ecc. o che davvero crede che immolarsi per il proprio Dio sia un grande onore – da parte ovviamente di poteri forti che usano il fondamentalismo religioso per ottenere ben altro, i propri scopi politici ed economici.

Ed ora…eccoci qua a parlare dei frutti di tutto questo…

Credo a questo punto che occorra chiarire qualche punto.

Come prima cosa, ho sempre pensato che le immigrazioni incontrollate di questi anni facessero parte di un piano ampio, molto ben elaborato, in modo che l’Europa venisse in qualche modo invasa da civiltà diverse (quelle che un tempo hanno subito il colonialismo selvaggio da parte degli Europei, un colonialismo che ho sempre criticato aspramente), perché in questo modo, sia il livello culturale sia il livello economico si sarebbero abbassati. Questo è un aspetto che ho sempre notato fin da quando ci raccontavano che, ad esempio, all’Italia servissero gli immigrati perché noi italiani non volevamo fare più certi lavori. Balla colossale. E lo dico da persona di sinistra e che non giudica le persone per la pelle o per altri aspetti, se è questo a cui state pensando. Ho amici stranieri, di provenienze diverse, per cui…no, non è la xenofobia che parla. Dico solo quel che va detto, perché il buonismo e le scemenze che per anni ci hanno rifilato mi hanno stancata. So di tante persone italiane, anche laureate, che negli anni hanno cercato di svolgere lavori di tutti i tipi, anche i più umili, ma non trovando lavoro perché, molto probabilmente, gli immigrati ovviamente accettavano paghe più basse (e, immagino, senza fare proteste, essendo magari abituati a trattamenti ben peggiori di questi nei propri paesi di origine). Una cosa orribile sia per gli italiani che per gli stessi stranieri sfruttati da gente senza scrupoli. Io stessa e anche persone della mia famiglia hanno inviato il c.v. per anni per lavori umilissimi senza mai essere prese neppure in considerazione e, ripeto, non siamo le uniche. Un motivo ci sarà. Quello che mi scoccia profondamente è che questo discorso che ha sempre fatto il gioco degli imprenditori è stato spesso poi appoggiato anche dalla sinistra facendo un piacere a chi dicevano di contrastare. E quando si cercava di parlarne tra persone di sinistra, si passava per razzisti, quando i punti di vista da cui guardare la situazione erano e sono totalmente diversi. Oggi come oggi sono sotto gli occhi di tutti le conseguenze di questa politica disastrosa che ha messo noi italiani in ginocchio, mentre vediamo in giro, magari, persone straniere che – non si sa come – possono permettersi situazioni (abiti, auto, case e tanti figli) che gli italiani, al momento, non si possono permettere. E la cosa, diciamo, è almeno un po’ strana, a mio parere. Non parliamo poi di certe situazioni  in cui a certi immigrati, spesso clandestini e privi di controllo, è stata data la possibilità di fare pressoché qualsiasi cosa per motivi elettorali, per raccimolare voti facilmente.

Detto questo, vorrei chiarire che a me la società multietnica piace. Mi è sempre piaciuta, era ciò che mi piaceva proprio, guarda caso, della Francia. Quando vi andavo, da bambina (e parliamo quindi degli anni ’80 e primi anni ’90), là era normale vedere coppie miste e famiglie multi-color (proprio perché in Francia arrivavano tante persone dalle ex-colonie, persone che però, a differenza di quanto avvenga da noi oggi, in quel caso avevano già una cultura di stampo francese, europea).  Questa società multietnica, per me, era straordinaria.

Trovo il concetto di integrazione qualcosa di meraviglioso di per sé. Integrarsi significa che ciò che manca a me, lo hai tu e viceversa. Insieme ci completiamo, ci fondiamo, diventiamo qualcosa di ancora più completo, qualcosa che prima non c’era. E’ una compenetrazione. Una nuova creazione.

Ma questo non dovrebbe  accadere né forzatamente né con il collasso di una società a causa di altre civiltà che arrivano in massa. Dovrebbe accadere in modo graduale (e ovviamente ora ciò non è più possibile, visto che non si sono aiutate prima le popolazioni in fuga da guerre, povertà ecc.), dolce e nella piena e totale consapevolezza da entrambe le parti. Se tu vieni a casa mia, devi adeguarti alle mie regole, come io mi devo adeguare alle tue a casa tua.

Se ciò non avviene, non si tratta più di integrazione, ma di una forzatura, di un’aggressione. E a me sembra che di questo si stia trattando.  La stessa cosa dicasi per gli aiuti economici e per le case agli stranieri: a me va benissimo che vengano dati aiuti, ma l’importante è che vi siano anche per gli italiani in difficoltà. O si aiutano tutti o nessuno. Se no facciamo differenze da una parte e dall’altra e invece che aiutare l’integrazione, aumenteremo il sentire xenofobo, il razzismo che invece si dice di voler combattere. Così si fomenta una guerra tra poveri. Ed è proprio ciò che sta accadendo da anni, ahimè.

Vorrei però chiarire che, ovviamente, la responsabilità di tutta questa situazione non è tanto delle persone che arrivano da noi. E’ ovvio che se una persona è in fuga da guerre, terrorismo, carestie, dittature ecc. non la si possa colpevolizzare. Tutti faremmo le stesse identiche cose per salvarci la pelle. Tutti. Nessuno escluso. A parte qualche coraggioso che potrebbe decidere di restare in loco a fare la Resistenza come alcuni dei nostri partigiani fecero a suo tempo durante la Seconda Guerra mondiale. Ma erano davvero persone di grande coraggio o che forse non avevano più nulla da perdere e quindi non so se sia una scelta così semplice da prendere…quindi non voglio colpevolizzare chi fugge. Ripeto: è istinto di sopravvivenza.

Qui il problema sta ad altri livelli. Intanto perché occorrerebbe fare una bella cernita tra le brave persone che vengono qui, in Italia e in generale in Europa, davvero per rifarsi una vita e le persone che hanno ben altri scopi. E’ ovvio che tante persone che fuggono dalle proprie terre non vogliano farlo, è ovvio che lo facciano perché non trovano altre soluzioni. A nessuno di noi piacerebbe lasciare casa propria, la famiglia, gli amici, la propria vita e andarsene allo sbaraglio chissà dove, con tutti i problemi del caso.

Il punto è che non tutti quelli che vengono qui lo facciano per motivi puliti. E’ questo il grosso problema: nelle grandi masse, come fai a capire chi lo fa per un motivo o per l’altro? Avrebbe dovuto essere fatto a monte un grande lavoro di vaglio, di approfondimento. Ma non è mai stato fatto né da noi né, evidentemente, in altre zone d’Europa come ci fa capire l’esempio di Parigi. I controlli quindi andavano fatti prima, è ovvio, ma se non sono stati fatti a mio parere è perché c’è sempre stato un chiaro intento…faceva comodo a qualcuno…

Dobbiamo sempre ricordare che il terrorismo è, storicamente, figlio di una strategia della tensione per cui poi c’è qualcuno che si sente giustificato ad andare a bombardare questo e quello e ad arricchirsi sulla pelle altrui…per questo sono convinta che, come nel caso di Al Qaeda, questi dell’Isis siano manipolati da terzi…e posso anche immaginare da chi…come al solito…basta sempre chiedersi: Cui prodest? E’ un po’ come quando, negli anni di piombo da noi, le Brigate Rosse erano manipolate da DC e CIA. Purtroppo, qui ci troviamo in una strategia della tensione di dimensioni mondiali e chi ci va di mezzo è sempre la popolazione civile.

Quindi, ripeto: chiediamoci sempre “Cui prodest?”….terrorismo, strategia della tensione, violenza che giustifica altra violenza, giri di soldi di pochi sulla pelle di molti….

Aggiungiamoci pure, ovviamente, il fatto che ci sia tanta rabbia in gioco, da parte di tante popolazioni che nel tempo hanno subito la colonizzazione sanguinosa da parte degli Europei e del mondo Occidentale. E’ ovvio che prima o poi avremmo dovuto “pagare” un prezzo molto alto per ciò che abbiamo fatto (e continuiamo a fare) in certe zone del mondo. Non potevamo pensare di passarla liscia.

Ma, ricordiamoci anche, che  non significa che la vendetta sia la strada giusta. E non credo, quindi, che la violenza vada giustificata. Mai. Ogni forma di prevaricazione andrebbe sempre e comunque condannata, a mio parere, sia da una parte che dall’altra.

Aggiungiamoci poi che la fame a volte fa fare cose orrende alle persone. Cosa ne sappiamo, noi, che alcuni di quei terroristi non abbiano agito per motivi di denaro? Che magari qualcuno li abbia pagati per fare ciò che hanno fatto, potendo magari così mantenere le proprie famiglie nei propri paesi di origine? C’è in gioco anche questa possibilità. La fame, quindi.

Oltre a questo, si aggiunge il problema legato alle conversioni all’Islam – e in questo caso specifico parliamo di un Islam fondamentalista, non stiamo parlando degli Islamici che vivono in modo pacifico – da parte di occidentali che, evidentemente, allo sbando e privi di principi forti o di valori importanti, li hanno trovati in una forma di fondamentalismo religioso di questo tipo. E in quel caso, come si fa a capire chi potrebbe essere un possibile terrorista? Quando un francese, o un italiano o comunque un occidentale abbraccia questa scelta, è ovvio che vi possano essere “cellule” dormienti ovunque e difficilmente localizzabili.

L’unico mezzo che abbiamo per sconfiggere l’ignoranza e la violenza sono la cultura, l’empatia, il rispetto verso la vita degli altri esseri viventi, il trasmettere valori importanti in modo laico, possibilmente, in modo da evitare i fondamentalismi religiosi (ed ideologici in generale). 

La spiritualità si può sempre sviluppare nel tempo, ma l’importante è che le persone abbiano già dei valori in sé anche nella vita laica, senza che debbano andarli a trovare in fuorvianti correnti fondamentaliste.

Se la gente troverà attorno e dentro di sé il vuoto, cercherà di colmarlo come meglio potrà, anche con queste scelte distruttive.

Siamo tutti legati, ce ne dobbiamo rendere conto. Ciò che è avvenuto a Parigi è solo un pallido riflesso di ciò che tutti i giorni, da anni, accade in tanti paesi del mondo, senza che nessuno ne parli. E siccome siamo tutti legati, è ovvio che se qualcuno soffre, in un punto del mondo anche lontano da noi, prima o poi anche altri ne soffriranno, anche noi. E’ così che funziona il Wyrd. Per questo dobbiamo mettere in moto tante forze positive costruttive che fermino la rabbia distruttiva di tanti stolti che non capiscono di essere manipolati da gente che se ne sta lì e se la ride vedendoli saltare in aria a distruggere la propria vita e quella altrui.

Sarah Bernini

(www.sarahdeglispiriti.com)