Empatia ed Etica: queste sconosciute.

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[N.B. Questo mio articolo è apparso per la prima volta in rete nel blog Nea Koinè, il giorno 23 Luglio 2014]

Comincio queste mie piccole riflessioni personali parlando di qualcosa che per me è stato sempre chiaro e lampante fin da quando ero piccola – ovvero che ogni essere vivente pensa, soffre, prova emozioni – cosa che invece crescendo ho scoperto non essere altrettanto chiara a molte persone che incontro tutti i giorni nel mondo circostante a tutti i livelli (anche se per fortuna ancora tanta gente dimostra di comprenderlo: pensiamo a tutti coloro che fanno volontariato ed aiutano persone e animali in difficoltà, danno una mano per tenere pulito l’ambiente ecc.).

Ma andiamo con ordine.

Fin da piccola mi è stato insegnato dai miei genitori – persone di estrazione cattolica ma non bigotte, anzi molto aperte, coinvolte fin da giovani nel volontariato volto ad aiutare persone in difficoltà e che poi nel tempo si sono allontanate dal mondo cattolico per diversi motivi come poi ho fatto anche io da adolescente – il rispetto per la vita altrui, quindi sia verso le persone, gli animali ma anche verso le cose.

Addirittura mi ricordo che da bambina arrivavo a soffrire se un mio qualche amichetto faceva del “male” (nella mia mente era questo ciò che faceva) ai miei giocattoli, ai miei pupazzi e alle mie bambole, che ho sempre trattato come esseri viventi rispettandoli il più possibile.

Le uniche volte che per qualche scatto di rabbia ho “maltrattato” qualche mio giocattolo, ricordo di esserci poi rimasta molto male e di non aver mai mandato giù quei miei aspetti non costruttivi, la mia ombra (che crescendo ho poi capito essere comunque importante, poiché non va bene accantonarla, ma se mai affrontarla ed integrarla con altri aspetti di me).

Figuriamoci poi quando mi è capitato di non comportarmi bene per qualche motivo, sempre da bambina, con la mia prima gatta: poi ci ho rimuginato su sentendomi malissimo (e tutt’ora, talvolta, ci ripenso, chiedendole scusa mentalmente, anche se ormai non c’è più da tanti anni).

Ecco, diciamo pure che questo atteggiamento non è poi cambiamo molto in me crescendo, tanto è vero che ho iniziato a pensare di essere profondamente “animista”, ovvero cosciente e consapevole che tutto, anche gli oggetti inanimati, hanno qualcosa dentro di loro che per me è una forma di vita.

E per questo ho poi fatto certe scelte, legate anche alla mia via spirituale: l’animalismo, la dieta veg, il cercare di interessarmi per quanto possibile alle questioni legate ai diritti umani, all’ambiente ecc.

Ma perché questa premessa?

Giusto per capire meglio cosa sia l’empatia, prendiamone la definizione da qualche dizionario:

empatìa s. f. [comp. del gr. ἐν «in» e -patia, per calco del ted. Einfühlung (v.)]. – In psicologia, in generale, la capacità di comprendere lo stato d’animo e la situazione emotiva di un’altra persona, in modo immediato, prevalentemente senza ricorso alla comunicazione verbale. Più in partic., il termine indica quei fenomeni di partecipazione intima e di immedesimazione attraverso i quali si realizzerebbe la comprensione estetica [definizione tratta da: http://www.treccani.it/vocabolario/empatia/]

Per ulteriori approfondimenti si vedano anche le pagine: http://www.treccani.it/enciclopedia/empatia/http://www.treccani.it/enciclopedia/empatia_(Universo_del_Corpo)/ e la pagina http://it.wikipedia.org/wiki/Empatia, da cui traggo questa ulteriore definizione:

L’empatia è la capacità di comprendere a pieno lo stato d’animo altrui, sia che si tratti di gioia, che di dolore. Empatia significa sentire dentro […] ed è una capacità che fa parte dell’esperienza umana ed animale. Si tratta di un forte legame interpersonale e di un potente mezzo di cambiamento. Il concetto può prestarsi al facile riduttivismo mettersi nei panni dell’altro, mentre invece significa andare non solo verso l’altro, ma anche portare questi nel proprio mondo. Essa rappresenta, inoltre la capacità di un individuo di comprendere in modo immediato i pensieri e gli stati d’animo di un’altra persona. L’empatia è dunque un processo: essere con l’altro […]. L’empatia costituisce un modo di comunicare nel quale il ricevente mette in secondo piano il suo modo di percepire la realtà per cercare di far risaltare in sé stesso le esperienze e le percezioni dell’interlocutore. È una forma molto profonda di comprensione dell’altro perché si tratta d’immedesimazione negli altrui sentimenti. Ci si sposta da un atteggiamento di mera osservazione esterna (di come l’altro appare all’immaginazione) al come invece si sente interiormente (in quei panni, con quell’esperienza di vita, con quelle origini, cercando di guardare attraverso i suoi occhi). […]

All’empatia è quindi legata anche la compassione:

La compassione (dal latino cum patior – soffro con – e dal greco συμπἀθεια, sym patheia – “simpatia”, provare emozioni con..) è un sentimento per il quale un individuo percepisce emozionalmente la sofferenza altrui provandone pena e desiderando alleviarla. […] Il concetto di compassione richiama quello di empatia dal greco “εμπαθεια” (empateia, composta da en-, “dentro”, e pathos, “affezione o sentimento”), […] che veniva usata per indicare il rapporto emozionale di partecipazione soggettiva che legava lo spettatore del teatro greco antico all’attore recitante ed anche l’immedesimazione che questi aveva con il personaggio che interpretava. Una tecnica di recitazione questa comune anche alla commedia dell’arte. […] Nelle scienze umane, il termine empatia è passato a designare un atteggiamento verso gli altri caratterizzato da un impegno di comprensione dell’altro, escludendo ogni attitudine istintiva affettiva personale (simpatia, antipatia) e ogni giudizio morale. […] [per leggere il resto: http://it.wikipedia.org/wiki/Compassione_(filosofia)]

Ecco, queste poche righe le ho riportate per far comprendere meglio qualcosa che non è chiaro a tutti o che non a tutti viene insegnato fin dalla più tenera età, ovvero il mettersi non solo nei panni degli altri, ma proprio il calarsi nella loro situazione, nella loro emozione o di immaginarsi al loro posto in caso di violenze ed abusi subiti (così come anche il calarsi nell’altrui gioia, ovviamente…nella vita non si prova solo dolore, per fortuna!).

Se io mi metto nei panni degli altri, se immagino, provo e sento la gioia ma anche il dolore altrui, sarà più facile che io cerchi di trattare gli altri con rispetto, come vorrei che gli altri facessero nei mie confronti.

Non credo sia difficile da comprendere.

Eppure…eppure tutti i giorni leggiamo su giornali, riviste, siti ecc. di violenze inaudite di tutti i tipi: e non parlo solo delle grandi catastrofi mondiali come guerre insensate nate da scopi legati al profitto di pochi fatto sulla pelle dei molti, ma anche nel piccolo del nostro quotidiano leggiamo di violenze a persone (donne, bambini, giovani), agli animali (da parte anche di bambini e persone giovani), all’ambiente e anche alle cose.

Questo cosa significa?

Primo: non capire che come proviamo dolore noi, lo provano anche gli altri; come pensiamo, soffriamo, proviamo sentimenti, lo fanno anche gli altri esseri che ci circondano; e questo non si comprende perché non è stato spiegato, non è stato fatto notare fin da piccoli (anzi, magari molte persone hanno subito violenze, fisiche o psicologiche, nell’infanzia e non riescono ad evitare di perpetrare questi schemi, per quanto io conosca persone che hanno subìto e che, proprio per questo, non farebbero mai subire ciò che hanno vissuto loro ad altri…per cui è possibile evitarlo lavorando su se stessi, ma richiede uno sforzo).

Secondo: non mi sembra vi sia un interesse a livello collettivo di prendersi le proprie responsabilità e cercare di migliorare la situazione lavorando su queste zone grigie di se stessi. Se i modelli che vengono sempre proposti, fin da piccoli, sono quelli legati alla prevaricazione (e possiamo ben dire che ciò si veda ovunque: in molte famiglie, nella scuola, nella politica – a livelli alti e a livelli bassi – nel mondo del lavoro, nei reality show, nei mass media in generale, addirittura in ambiti che dovrebbero interessarsi di spiritualità ecc.) non si andrà mai molto lontano.

Terzo: occorre lavorare sullo sviluppo spirituale personale, sui propri modelli mentali per fuoriuscire dallo schema vittima-carnefice, ma serve uno sforzo e anche bello grande. Anche solo iniziare a pubblicizzare esempi costruttivi e positivi più che quelli distruttivi sarebbe un modo per iniziare a salvare la specie umana dalla propria decadenza etica e morale.

Quarto: occorre comprendere a fondo non solo il rispetto per la vita altrui ma anche per le cose, soprattutto quando si tratta di cose legate al bene comune, collettivo. Occorre lavorare sul concetto di comunità e di bene di tutti, non solo di pochi.

I pochi sono, appunto, pochi.

Se le masse comprendessero la propria potenzialità, se prendessero coscienza di sé soprattutto a livello interiore e spirituale, potrebbero portare a grandi cambiamenti in senso costruttivo, contro i pochi che per il momento sembrano avere la meglio sempre e comunque.

Ma tutto deve partire, a mio parere, dal riprenderci l’empatia.

Deve essere un lavoro del singolo che poi venga ampliato alle masse.

Dobbiamo ricominciare a sentire ciò che sentono anche gli altri, non solo ciò che sentiamo noi stessi…e questo lo dico anche se so bene che spesso è difficile comprendere anche solo cosa proviamo noi stessi, per cui molti si chiederanno come sia possibile “sentire” gli altri…ma alle volte, per farlo, basta anche solo il silenzio e uno sguardo sincero o immaginarsi di essere l’altro mentre riceve una notizia, mentre vive un’esperienza di un certo tipo ecc.

Non ci vuole poi molto, solo un minimo di attenzione.

Oppure, basta chiedersi: “Io vorrei che qualcuno mi facesse del male fisico? Cosa proverei io in quella situazione se subissi violenza (o in generale una prevaricazione)?”

Vi posso assicurare che le risposte affiorerebbero da sole e solitamente, a meno che non si sia masochisti o sadici che amino fare del male per il gusto di farlo (e possono anche esserci questi casi), la risposta è: “No, non mi piacerebbe”. Basterebbe già questo per capire come muoversi cercando di creare dolore il meno possibile alle altre creature che condividono con noi questo mondo.

E da qui, così, sarebbe possibile lavorare per sviluppare una propria ETICA (quindi parliamo di un livello non più solo emotivo ma razionale) positiva a tutti i livelli: personale, sociale, politico, economico, ecc.

Ma cos’è l’etica?

Anche qui, mi avvalgo dell’aiuto di qualche definizione.

Nel vocabolario Treccani si legge:

ètica s. f. [dal lat. ethĭca, gr. ἠϑικά, neutro pl. dell’agg. ἠϑικός: v. etico1]. – Nel linguaggio filos., ogni dottrina o riflessione speculativa intorno al comportamento pratico dell’uomo, soprattutto in quanto intenda indicare quale sia il vero bene e quali i mezzi atti a conseguirlo, quali siano i doveri morali verso sé stessi e verso gli altri, e quali i criterî per giudicare sulla moralità delle azioni umane […]. In senso più ampio, complesso di norme morali e di costume che identificano un preciso comportamento nella vita di relazione con riferimento a particolari situazioni storiche […] [tratto da: http://www.treccani.it/vocabolario/etica/]

E su Wikipedia troviamo:

L’etica (dal greco antico εθος (o ήθος)[…], èthos, “carattere”, “comportamento”, “costume”, “consuetudine”) è un ramo della filosofia che studia i fondamenti razionali che permettono di assegnare ai comportamenti umani uno status deontologico, ovvero distinguerli in buoni, giusti, moralmente leciti, rispetto ai comportamenti ritenuti cattivi o moralmente inappropriati. L’etica può anche essere definita come la ricerca di uno o più criteri che consentano all’individuo di gestire adeguatamente la propria libertà nel rispetto degli altri. Essa pretende inoltre una base razionale, quindi non emotiva, dell’atteggiamento assunto, non riducibile a slanci solidaristici o amorevoli di tipo irrazionale. In questo senso essa pone una cornice di riferimento, dei canoni e dei confini entro cui la libertà umana si può estendere ed esprimere. In questa accezione ristretta viene spesso considerata sinonimo di filosofia morale: in quest’ottica essa ha come oggetto i valori morali che determinano il comportamento dell’uomo. Ma l’etica si occupa anche della determinazione di quello che può essere definito come il senso, talvolta indicato con il maiuscolo Il Senso dell’esistere umano, il significato profondo etico-esistenziale (eventuale) della vita del singolo e del cosmo che lo include. Anche per questo motivo è consuetudine differenziare i termini ‘etica’ e ‘morale’. Un altro motivo è che, sebbene essi spesso siano usati come sinonimi, si preferisce l’uso del termine ‘morale’ per indicare l’assieme di valori, norme e costumi di un individuo o di un determinato gruppo umano. Si preferisce riservare la parola ‘etica’ per riferirsi all’intento razionale (cioè filosofico) di fondare la morale intesa come disciplina non soggettiva. L’etica può essere descrittiva se descrive il comportamento umano, mentre è normativa (o prescrittiva) se fornisce indicazioni. In ogni caso l’indagine verte sul significato delle teorie etiche. Può essere anche soggettiva, quando si occupa del soggetto che agisce, indipendentemente da azioni od intenzioni, ed oggettiva, quando l’azione è relazionata ai valori comuni ed alle istituzioni.  […] [per proseguire nell’approfondimento, segnalo la pagina da cui ho tratto questo stralcio: http://it.wikipedia.org/wiki/Etica]

Credo non vi sia molto altro da aggiungere.

Personalmente preferisco sempre parlare di etica personale e soggettiva, perché:

1)      Credo che sia sinonimo di crescita personale essere in grado di crearsi una propria etica che esuli da pensieri comuni come ad esempio la morale legata ad un certo credo religioso (es. in un paese in cui vi sia una prevalenza religiosa rispetto alle altre, penso sia importante che la persona possa sviluppare un pensiero indipendente da leggi morali dettate dall’esterno);

2)      Per quanto io pensi che sia importante avere delle regole, delle leggi, che regolamentino la vita comunitaria e collettiva, credo anche che talvolta le leggi degli stati e delle nazioni non seguano un’etica che ogni soggetto possa condividere pienamente (es. pensiamo in un paese sotto dittatura: se la legge dice che dobbiamo tutti essere sottomessi ad un dittatore, è fondamentale che invece le persone sviluppino la capacità di comprendere l’importanza, al contrario, della libertà e che lottino per ottenerla); per questo penso che, tenendo a mente le regole-base di convivenza civile, vi debbano poi essere delle scelte personali di tipo etico che esulino dalle semplici leggi preconfezionate; l’importante è prendersi sempre le proprie responsabilità e saper affrontare le eventuali conseguenze delle proprie scelte e delle proprie azioni, senza fuggire o pretendere che gli altri assolvano i comportamenti altrui come tutto fosse dovuto e come vedo spesso accadere, purtroppo, nel nostro povero e martoriato paese, da parte di politici corrotti e senza scrupoli.

PRENDERSI LE PROPRIE RESPONSABILITA’, soprattutto questo, è ETICA.

Sarah Bernini (www.sarahdeglispiriti.com)

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2 pensieri su “Empatia ed Etica: queste sconosciute.

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